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5. L’arte
impersonale Platone
disprezza l’imitazione fine a se stessa di immagini esteriori (Coomaraswamy,
1989, 19), come l’esempio riportato a proposito degli Impressionisti
e della fotografia (cfr. 3-4), e nello stesso tempo le opere che
recano temi con implicazioni prevalentemente individualiste. Da un
punto di vista tradizionale, infatti, la rappresentazione nelle opere
d’arte delle passioni individuali è irrilevante. È considerata,
invece, preziosa la rappresentazione dei sentimenti scaturiti dalla
conoscenza reale della propria condizione, la cui base non appartiene
al singolo artista ma è un patrimonio collettivo. Questi sentimenti
possono e devono essere comunicati perché hanno un senso importante
anche per gli altri. L’artista prefigura, nell’opera, stati della
coscienza che altri uomini dovranno ancora conquistare e che, tramite
l’opera d’arte, possono presagire e immaginare in maniera corretta
e plausibile. Tanto più corretta e tanto più plausibile è questa
rappresentazione nell’opera d’arte, quanto più l’artista è
lontano dalla rappresentazione delle proprie passioni, vale a dire
lontano dai limiti della propria individualità, intesa come un
insieme di aggregati psichici transitori identificati nell’ego. Molte
persone a questo punto chiedono: "l’artista tradizionale è
allora un essere inesistente da un punto di vista della presenza
emotiva?". La risposta è: “tutt’altro!”[1].
L’artista tradizionale dimora in una condizione di libertà dal
mondo formale, al quale noi siamo vincolati anche a causa delle nostre
arti così materialiste, ed è libero anche da vincoli concettuali e
passionali che ci danno l’illusione di possedere il mondo e di
sentirci padroni della realtà (cfr. 21). Piuttosto, nel nostro caso,
sono proprio i vincoli di passioni grezze e non autoindagate a fondo e
chiarificate dalla consapevolezza, a condizionare tutta la nostra
esistenza percettiva. Quando poi si scambia questa realtà, percepita
con i filtri delle passioni, come realtà oggettiva, scaturisce un
atteggiamento un po’ troppo presuntuoso e pesante fatto di cecità
concettuale e integralismo materialista. Va da sé che anche le arti,
elaborate sotto l’effetto di questi filtri percettivi e stati della
coscienza oscurati e quindi non evoluti, risentono di quella
condizione e la manifestano. Ad
esempio l’arte moderna è, in senso generale, una rappresentazione
della soggettività dell'artista. Questa tendenza, che nasce alla fine
del Medioevo e che il Rinascimento istituzionalizza, si è consolidata
nel periodo Barocco - sebbene i confini non siano mai netti - e si è
cristallizzata infine, in maniera evidente, in epoca moderna, fino a
diventare un modo ordinario di produrre arte nella contemporaneità. Se
ad esempio guardiamo l’opera dell’artista dell’alto Medioevo,
vediamo, fra le tante particolarità, che non firma il lavoro
eseguito. Questo costume è in parte ancora in uso, anche se con
qualche incrinatura, nell’ambito dell’arte sacra presso
l’artista indiano, tibetano[2]
o aborigeno ecc., perché l’opera prodotta in questi contesti
culturali non viene riconosciuta come parte esclusiva della
soggettività di un singolo artista. In altri termini, l’artista
tradizionale non crede che l’opera d’arte che produce appartenga
esclusivamente al suo mondo egoico[3],
ma crede che appartenga piuttosto all’umanità intera, a
quell’umano che lui è andato a cogliere nella propria interiorità. Questo
disegno comportamentale dimora nella concezione e nell’esperienza di
uno stato dell’essere molto più vasto dei limiti angusti
dell’ego. Si tratta della dimensione delle idee matrici di ogni
forma che ha la potenzialità di manifestarsi nel mondo umano ed
essere percepito e apprezzato dai nostri sensi e dalla nostra mente. Per
questo un artista tradizionale quando produce un’opera non la sente
come propria e non la vive come il frutto esclusivo della sua
individualità al punto da firmarla. Non c’è quindi alcun desiderio
né il bisogno di privatizzare l’opera d’arte e di vincolarla alla
singola inventività di un individuo. Anche
in un contesto di forte affermazione della personalità individuale,
come è stato il Rinascimento[4],
troviamo un artista di ‘genio’ come Giorgione (1477 c. – 1510),
il quale non firma alcuna delle sue opere. Perché
ciò è accaduto? Giorgione è consapevole che le opere d’arte
frutto della sua mano e della sua sensibilità, non parlino di
Giorgione in sé, ma di altro. In questo caso, hanno di Giorgione, in
quanto individuo, solo la tecnica e lo stile. Molti, invece, sono i
contenuti ‘oggettivi’, utili a chiunque sia in grado di leggere
quelle opere, nel loro vero significato simbolico e, quindi, in grado
di ‘praticare’ gli insegnamenti spirituali espressi in forma
ermetica. Vi
è, al riguardo, una teoria critica che ha letto nei quadri di
Giorgione qualcosa di più interessante che gli arricciamenti mentali
dei critici e degli storici dell’arte: Ferriguto; Settis; Hartlaub;
Wind; Wickhoff; Schaeffer; Venturi; Wilde; Pignatti; Klauner; Volpe e
Lilli. Si tratta di un testo molto free,
come impianto metodologico, libero da gravami accademici, ma ricco di
suggestione che rende plausibile la complessità e l’enigmaticità
di tre tele di Giorgione: La
Tempesta (Gallerie dell’Accademia, Venezia), I
tre Filosofi (Kunsthistorisches Museum, Vienna) e la Venere
dormiente (Gemäldegalerie, Dresda). A questo testo rimando ogni
discussione sul singificato simbolco dei tre capolavori di Giorgione
(Cardini, 1986). L’artista
tradizionale, immerso nella visione del mondo originario, si offre
come tramite per la generazione e la cristallizzazione dell’opera,
perché dedica la sua esistenza ad acquisire tutte le abilità
tecniche che gli consentano di essere un veicolo adatto
all’apparizione delle forme ideali nel nostro mondo percettivo e
psichico. L’artista si dispone dunque a essere il tramite,
impersonale, per il quale l’archetipo dei tipi umani, ma anche non
umani[5],
si manifesta in tutto il suo splendore, trasfigurato nel corpo
dell’opera d’arte. Di
fatto, nessuno si sognerebbe di considerare questo tipo di opera
d’arte, come un’opera che ha avuto spazio solo grazie
all’attività di un ego capriccioso e limitato. L’ego era ed è
considerato, nelle filosofie e nelle religioni tradizionali, come un
aggregato che scompare con la morte dell’individuo e che incide
entro ambiti limitati sullo stato della coscienza. “La
passione è un’assenza nell’anima dell’essere oggettivo” (Florenskij,
1981, 40): la ‘passione’, che in essenza è l’ego, è racchiusa,
in genere, nella struttura per cinque o per sette passioni, secondo i
diversi sistemi metafisici che le descrivono. La purificazione dalle
passioni è possibile attraverso la rinuncia ad esercitarle, oppure
tramite la loro trasformazione in virtù o, infine, attraverso la loro
integrazione nello stato della presenza istantanea. Quando le passioni
sono state dissolte si può manifestare l’”essere oggettivo”,
cui si riferisce Florenskij. [1]
Questo problema è molto sentito, in particolare, nel mondo
contemporaneo. In un dialogo di un romanzo storico, ho trovato un
brano, che ora riporto per intero, che presenta alcuni temi del
dibattito sulla libertà dell’artista. Un tema molto
interessante, che ha un forte riflesso sull’opera d’arte e
sulla fruizione da parte dello spettatore: “Maestri
miei [disse Cecio], qualcosa nel mio cuore vi comprende, ma
qualcos’altro si ribella e grida: Schiavitù! Vi domando: Qual
è la differenza tra un semplice imitatore e l’artista schiavo
delle misure e dei simboli?” Menkh
rispose: “L’imitatore
riproduce dei modelli senza comprenderli. L’artista deve conoscere i diversi significati dei simboli; può dunque scegliere
fra delle espressioni equivalenti”. “Signore,
l’artista che non ha il diritto di inventare ha certamente un
cuore privo di vita!” Menkh
ribatté: “Ognuno
ha il diritto di inventare ciò che gli pare: gli scritti
umoristici ne sono la prova. Ma ciò che deve durare
nei Tempi futuri non deve insegnare l’errore; per questo motivo
noi distruggiamo senza pietà i testi imperfetti”. “Allora,
quelli che lavorano in modo che le proprie opere possano servire
d’insegnamento anche agli altri, sono condannati a non avere
alcuna iniziativa? Dov’è il piacere della ‘novità’? Dove
va a finire la gioia di esprimere il proprio sogno
nell’opera?”. Menkh
disse: “[Il
Maestro] Nadjar ha parlato con molta chiarezza su questo
argomento. Si trova ciò che si cerca; se cerchi la fantasia,
troverai il piacere; se
cerchi le leggi d’Armonia,
troverai la Conoscenza.
L’artista, come tu lo intendi, guarda se stesso attraverso la
Natura; colui che segue i nostri Maestri, cerca i Neter
nella Natura… e li trova in se stesso” (Schwaller de Lubicz,
1985, 211). [2]
Uno dei templi tibenani (Gonpa)
di recente costruito in Occidente è quello di Merigar
ad Arcidosso (Gr), in Italia. Il pannello centrale del tempio, che
rappresenta i dodici maestri primordiali con Garab Dorje, e al
centro dei quali vi è la figura di Samantabhadra,
è stato dipinto da Dugu Chögyal Rimpoche, un maestro della
tradizione Kagyüpa, che ha firmato il lavoro con una iscrizione,
in corsivo tibetano, nel dipinto in basso a destra, sotto
l’immagine di Buddha Sakyamuni (rif. Dugu Chögyal Rimpoche, Samantabhadra
con i Maestri Primordiali, 1995-1996, pannello centrale del Gonpa di
Merigar, Arcidosso, Italia). I dipinti di Dugu Chögyal Rimpoche
sono perfettamente tradizionali anche se eseguiti con uno stile
‘moderno’, con larghe pennellate, maggiore leggerezza delle
figure e disimpegno rispetto ad una serie di ‘particolari’
rituali. Il risultato, tuttavia, è di grande forza e impatto. Non
vi è alcun segnale di distacco dalla tradizione, quanto piuttosto
l’adattamento della tradizione ai linguaggi della modernità,
senza perdere nulla della bellezza e della verità dei simboli
trasmessi, anzi accrescendone la capacità di entrare in contatto
con il presente. [3]Dalla
parola greca 'ego' (Io). ‘Egoico’ lett. ‘proprio
dell’ego’. In epoca moderna, intorno al XVIII secolo, dalla
parola greca ‘ego’ è stata derivata la parola 'egoismo' che
indica un atteggiamento proprio di chi attribuisce all'Io un
valore dominante su se stessi e sugli altri. Il termine 'egotismo',
invece, può essere considerato come un egoismo portato
all'eccesso. Il termine implica un'eccessiva importanza data a se
stessi in quanto individuo, per la propria capacità e
intelligenza, e si riferisce anche alla manifestazione palese e
narcisistica di tale attitudine. [4]
“La cultura rinascimentale nella sua essenza profonda è
eclettica e contraddittoria, è analiticamente frammentata,
composta di elementi fra loro ostili e tesi ciascuno
all’autoaffermazione” (Florenskij, 1981, 168). [5]
Nell’arte sacra tibetana i tipi non umani vengono descritti con
estrema precisione secondo canoni ricchi di simbolismo attestati
da oltre un migliaio di anni. L’arte sacra tibetana si può
considerare come un notevole veicolo di comunicazione e custodia
di nozioni, esperienze e conoscenze sulla natura dell’individuo,
dell’ambiente naturale, del cosmo, dei mondi paralleli (loka
e terre pure), degli esseri invisibili, del mondo delle divinità
mondane ed extramondane ecc. Questo
testo è stato trovato e scaricato dal sito: www.terzano.info Percorso nel sito: PUBBLICAZIONI/LIBRI/
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